In generale

Bookstagram e quell’articolo del Guardian

Il 30 ottobre il Guardian ha pubblicato un articolo dal titolo quantomai accattivante ed acchiappalike, che criticava con una certa leggerezza le foto di libri pubblicate su Instagram sotto l’hashtag #bookstagram“Don’t have time to read a book? Just pose with them on Instagram”

Prima di analizzarlo in questo post, vorrei precisare una cosa: da bookstagrammer incallita, ci sono alcuni aspetti di questa comunità che anche io trovo problematici. Quello che non mi è piaciuto dell’articolo, quindi, non è tanto l’intento critico di per sé, quanto più la sua esecuzione sbrigativa. È difficile che un articolo di appena 435 parole riesca a proporre una riflessione approfondita senza cadere nella faciloneria.

La tesi dell’articolo, in breve, è che chi posta foto di libri su Instagram, lo fa perché leggere, al giorno d’oggi, sarebbe “un simbolo di sensibilità e realizzazione intellettuale” in un’epoca in cui potresti startene semplicemente “a giocare col telefono o guardare Netflix”. Certo, perché o leggi l’Ulisse di James Joyce o ti guardi le dieci stagioni di Ru Paul’s Drag Race; a quanto pare, nei nostri piccoli cervelli di millenial, non c’è posto per una via di mezzo.

Sempre secondo l’articolo, le foto dei libri sui social diventano automaticamente il segnale che in realtà quel libro non l’hai neanche aperto. Qualche bookstagrammer che recensisce libri senza averli letti ci sarà pure, per carità. Ma questi casi isolati non inficiano la credibilità di chi fa uso dei social media per recensire un libro o farne foto artistiche.

Quindi, a parte questi casi isolati, non ho ancora capito cosa ci sia poi di così brutto nel mettere in mostra un libro che non si è ancora letto. Umberto Eco ne è l’esempio perfetto, anche se probabilmente, se fosse vivo, non sarebbe così contento di essere menzionato in un post a difesa di un social media.
In questo articolo del 2007 Eco racconta una situazione ben nota a ogni persona con la biblioteca piena libri:

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente.”

In breve, non importa che tu abbia una libreria o feed traboccante di libri: la famigerata Polizia Letteraria è sempre in agguato e pronta a stabilire se tu sia un Lettore Vero™o un trombone che vuole solo pavoneggiarsi. La risposta che Eco consiglia in questi casi è da manuale, segnatevela bene:

“La terza [risposta] è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima. ” Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi,l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.”

Piú avanti, l’articolo del Guardian continua:  “Non uso Instagram. Non è quel social in cui fai finta di avere una bella vita per poter rendere le altrepersone più depresse di te?”

La correlazione social media/depressione è stata comprovata da molti studi autorevoli e non voglio certo metterla in dubbio. Il problema è che l’articolo usa questo fatto per generalizzare in maniera supponente e affermare che tutti gli utenti di Instagram si comportino così, con buona pace di chi lo usa per creare contenuti interessanti e affrontare argomenti culturali. Perché tanto è stato già appurato che postare foto esteticamente gradevoli (su Instagram, un social basato interamente sull’aspetto visivo: stupefacente!) equivale ad essere scemo.

Basterebbe prendersi la briga di fare un giro su Instagram per scoprire molti profili che propongono iniziative interessanti: @fedabooks ha creato una rubrica mensile con l’hashtag #ilsaggiononmorde per recensire i saggi, un genere letterario che su Instagram gode di meno fama rispetto alla narrativa. In più cura “Linguistica in pillole”, delle mini-lezioni che pubblica sulle Instagram Stories. Anche @samlibrary94 si occupa di due progetti: Scienceish, in cui analizza i fondamenti scientifici dietro ai film di fantascienza, e #bookinwonderland (assieme a @thebookshot e @a_book_aholic), dedicato alla scoperta della letteratura straniera.

Ho menzionato solo alcuni account italiani perché sono i primi che mi sono venuti in mente, e non mi aspetto che un quotidiano internazionale come The Guardian li conosca, anche perché la comunità italiana di bookstagram è un po’ diversa da quella anglofona. Comunque,  quello che sto cercando di dire è che un giornalista che si appresta a scrivere un articolo sul fenomeno di bookstagram,dovrebbe come minimo fare un po’ di ricerca come si deve, invece di saltare a conclusioni affrettate da salotto: “Ah signora mia, questi social network! Siamo sempre piú soli!”

In ogni caso, l’articolo non è problematico solo perché non è ricercato bene; lo è anche perché traspare un atteggiamento elitista che non sono mai riuscita a digerire, come se esistessero un uso proprio ed uno improprio dei libri. La classica formula “se fai X, allora non sei un vero amante dei libri”. “X” include fare le foto artistiche con le foglie secche, ordinare la libreria in base al colore delle copertine, riporre i libri con la costa sul retro, e via dicendo. Questi trend libreschi possono non piacere, ma non è un’autorizzazione a mancare di rispetto persone con gusti differenti (spoiler alert).

Vorrei anche far notare che non mi sembra di avere mai assistito a tutte queste polemiche sulle foto di moda o sui #flatlay curatissimi con borse, scarpe o prodotti di bellezza che spopolano su Instagram. Perché i vestiti sono ammessi, ma i bookselfie causano così tanto scompiglio? Secondo me il problema alla base di questa polemica è la convinzione che i libri siano delle sacre reliquie da glorificare, quando in realtà dovrebbero essere visti come degli oggetti comuni e accessibili a tutti, al pari di un paio di scarpe o di una palette di ombretti.

Per chi ama leggere, i libri sono una parte fondamentale del proprio stile di vita: chi vuole condividere questa passione, ha la possibilità di farlo grazie alla comunità di #bookstagram, alla quale io devo molto. Mi ha permesso di conoscere persone con la mia stessa passione, di esprimermi artisticamente con la fotografia, sviluppare le mie capacità critiche, dialogare in maniera costruttiva con chi ha un’opinione diversa dalla mia e scoprire nuovi titoli. In breve: mi ha permesso di crescere come persona, e questo é un aspetto del fenomeno #bookstagram che l’articolo, purtroppo,  non ha nemmeno preso in considerazione.

Altre letture consigliate sull’argomento:

(Immagine in evidenza di Alisa Anton su Unsplash)

2 risposte a "Bookstagram e quell’articolo del Guardian"

  1. Sante parole! Conosco gente che difende i libri, che dice che non si devono buttare o regalare e poi stanno tutto il giorno su Facebook senza mai aprirne uno. Io i libri li divoro, ma rivendico il diritto, proprio perché fanno parte di me, di chiuderli per sempre se non mi piacciono, di donarli o gettarli, come faccio con parti di me stessa. O di fotografarli e postarli, perché no?

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